Intervento psicologico in Terapia Intensiva Neonatale

Quello che segue, è il capitolo di un libro che scrissi nel 2014 insieme ai colleghi dell’Ospedale dei Colli (presidio Monaldi). Il libro parla del ruolo dello psicologo nei diversi reparti dell’ospedale. Il mio capitolo, è incentrato sul ruolo dello psicologo in una terapia intensiva neonatale dove sono stata come tirocinante per 5 anni circa.

Cosa è una T.I.N.?

La Terapia Intensiva Neonatale è un reparto che ospita sia neonati prematuri che neonati nati a termine con complicanze post-partum o con patologie evidenziabili in età gestazionale o dopo il parto. Talvolta, purtroppo, si tratta di neonati con diagnosi infauste (V. Cucuzza, 1999).
La necessità e l’importanza di un intervento psicologico alla famiglia si è evidenziata con il contatto quotidiano con i neonati e i loro genitori. Da qui, la dott. Verbena Cucuzza, in qualità di psicologa assegnata a questo reparto, ha costruito lentamente un percorso di sostegno psicologico con lo scopo di supportare i genitori in questa inaspettata e dolorosa situazione.

Appena arrivato, il neonato viene accolto nella stanza dei “Primi Interventi” dove riceve le prime cure, al termine delle quali verrà portato in una delle quattro stanze che compongono il Reparto, a seconda delle sue condizioni cliniche:

1. Terapia Intensiva: se è in fase critica o di estrema gravità – si tratta, per lo più, di neonati che necessitano di assistenza respiratoria;
2. Cure Speciali: se necessita di essere assistito separatamente in quanto affetto, per es., da una malattia infettiva o da una patologia che necessita di particolari macchinari;
3. Terapia Sub-intensiva: qualora abbia superato la fase critica o presenti patologie di minore gravità;
4. Terapia Minima: quando è in pre-dimissione.

In cosa consiste l’intervento psicologico in una T.I.N.?

Dato lo strettissimo legame che c’è tra genitori e neonati, appare evidente come in una Terapia Intensiva Neonatale non abbiamo in carico solo il neonato, ma l’intera famiglia.
È ,dunque, importante adottare un approccio di tipo Bio-Psico-Sociale che prenda in considerazione, oltre agli aspetti bio-fisiologici, anche quelli sociali e psicologici del piccolo paziente; protagonista non è più solo la malattia o l’organo che non funziona, ma la Persona a 360 gradi.
Ciò significa prendersi cura della salute fisica del neonato ma anche della salute psichica ed emotiva della sua famiglia, perché esperienze di questo tipo possono avere delle ripercussioni future sull’intero sistema familiare. In quest’ottica, quindi, non ci sarà più il singolo professionista e il singolo paziente, ma una rete di professionisti che si incontra con la rete del paziente e che lo seguirà insieme pur secondo le specifiche competenze di ciascuno.

Il trasferimento di un neonato in una T.I.N., a prescindere dalla gravità del problema, è per i genitori un “trauma”. In particolare per la madre che in questa particolare fase di vita è un tutt’uno con il proprio bambino. L’etimologia della parola “trauma” deriva dal greco e significa ferita, lacerazione. Da un punto di vista psicologico l’Io viene sopraffatto da stimoli eccessivi e i meccanismi di difesa non sono più in grado di reagire (V. Cucuzza, 1999).

In questi casi parliamo di “trauma” perché:
– per la maggior parte di questi genitori la felicità per la nascita del loro bambino viene ad essere messa violentemente da parte dall’ansia, dalla paura, dal dolore e dalla rabbia;
– le “fantasie catastrofiche” che la madre aveva durante il periodo della gravidanza sembrano concretizzarsi improvvisamente;
– la madre si sente letteralmente “strappare” il proprio bambino senza avere neanche la possibilità di vederlo una volta, come accade nella maggior parte dei casi, perché ricoverata in altra struttura, dato che il nostro ospedale non possiede attualmente un reparto di Ostetricia e Ginecologia; mentre il padre si ritrova “catapultato” nel nostro reparto, da solo, diviso tra il bambino da una parte e la moglie dall’altra;

L’intervento psicologico in una T.I.N può essere definito un intervento “sulla crisi”, cioè su un momento nel quale un evento drammatico viene a sconvolgere un equilibrio precedente [V. Cucuzza]. In casi come questi, a mio giudizio, lo psicologo dovrebbe instaurare con i genitori una relazione più di cooperazione che di “terapeuta – paziente”. Dovrebbe rappresentare per i genitori una sorta di “compagno di viaggio” con il quale poter attraversare e condividere questa difficile esperienza; ma al tempo stesso costituire per loro quella “base sicura” dalla quale partire e alla quale fare riferimento per poter esplorare ed elaborare tutti i vissuti e le emozioni ad essa connessi.

Il ruolo di uno psicologo, infatti, in reparti come questo, viene ad essere completamente stravolto: innanzitutto, il contatto con i genitori non avviene solo mediante una loro richiesta. Durante l’orario di visita siamo costantemente presenti in reparto e siamo noi ad avvicinarci a ciascuna coppia di genitori.
I colloqui avvengono per lo più accanto all’incubatrice o alla culletta – e non all’interno di un setting strutturato -, visto che durante l’orario di visita i genitori preferiscono non separarsi dal loro piccolo.
Si tratta di colloqui nei quali il protagonista assoluto è il “neonato”. Il dialogo con i genitori passa sempre, infatti, attraverso il bambino; per esempio, quando chiediamo: “Signora/e come sta?” è molto frequente che rispondano dandoci notizie sul bambino – “Oggi lo hanno estubato” – piuttosto che su loro stessi.

Gli incontri “strutturati”, in una sede a parte, non mancano ma vengono proposti quando la particolare situazione del bambino lo richieda o quando i genitori stessi lo desiderino.
Inoltre, svolgendosi i colloqui nel suddetto contesto sono inevitabilmente presenti altri neonati con altrettante coppie di genitori, medici e infermieri.
È necessario, perciò, adattare la nostra figura professionale al particolare contesto in cui ci troviamo ad operare. Flessibilità ed umiltà sono ingredienti fondamentali. Talvolta, infatti, il nostro intervento può limitarsi semplicemente nel prendere una sedia ad una mamma per farla accomodare accanto al proprio bambino.

Il nostro intervento consiste essenzialmente nella:
– Accoglienza ai genitori e gestione della loro sfera emotiva;
– Recupero del legame di attaccamento tra genitore (in particolare la madre) e bambino;
– Mediazione nel rapporto tra i genitori e il personale medico – infermieristico (es. affiancamento al medico durante la comunicazione della diagnosi);
– Gestione della dimissione;
– Gestione del decesso del neonato.

Accoglienza ai genitori

Il nostro primo incontro avviene di solito con il papà che si trova, da solo, ad affrontare il primo impatto, in una situazione di forte stress e disorientamento. È facile immaginare che trovare una figura che lo accolga, che trascorra con lui quei momenti critici di attesa mentre medici ed infermieri sono occupati a curare il piccolo, sia per lui un sollievo, una rassicurazione, un efficace “contenimento” al suo legittimo stato di ansia.
Come avviene in ogni trauma, nel soggetto (sia nella madre che nel padre) si crea un incontenibile disorientamento cognitivo ed emotivo che può manifestarsi sia sottoforma di repressione che di “straripamento” delle proprie emozioni. Per cui, passo fondamentale nel nostro lavoro è, innanzitutto, quello di accogliere le emozioni del genitore (paura, rabbia, dolore, tristezza, senso di colpa, vergogna, invidia) favorendone l’identificazione e l’espressione affinché ciò li possa anche aiutare a percepire adeguatamente la situazione critica del loro bambino.
Alcuni degli strumenti del colloquio clinico fondamentali a tal fine sono l’ascolto attivo e la validazione delle emozioni.

Ascolto attivo

Il nostro primo intervento è soprattutto un intervento di ascolto. “Ascoltare” è cosa ben diversa da “udire”. Mentre l’udire è un semplice atto fisico, l’ascoltare è un’azione di tipo intellettuale ed emotivo. Infatti, si ode con le orecchie, si ascolta con il cuore e con la mente. Chi ode si limita a riconoscere i suoni; chi ascolta comprende cosa sia stato detto. Quando si ascolta si entra in contatto con l’altro, perché l’ascolto attivo implica accettazione ed empatia, e, dunque, comprensione e rispetto dell’interlocutore. Per accettazione si intende accogliere l’altro per come è, con i suoi pensieri, i suoi sentimenti, il suo vissuto, cercando di “depurarsi” dai propri giudizi e pregiudizi; per empatia non si intende riduttivamente “mettersi nei panni dell’altro”, ma risuonare emotivamente con lo stato d’animo di chi si ascolta. L’empatia non ha necessariamente bisogno di parole per essere trasmessa; può passare anche attraverso uno sguardo o un gesto (es.: con un abbraccio o con l’interessarsi affinché ai genitori venga data la possibilità, qualora la condizione clinica del piccolo lo richiedesse, di prolungare l’orario di visita).
Permettere loro di trascorrere più tempo in reparto, soprattutto se anticipiamo una loro eventuale richiesta, viene vissuto dai genitori come un fortissimo segno di empatia che va ad innescare o consolidare “l’alleanza terapeutica” con noi ed il reparto.

Validazione

Validare un’emozione significa affermarne la validità, cioè comunicare all’altro che le sue emozioni e reazioni hanno un senso e, dunque, ragione di esistere (es.: “È comprensibile che tu sia disperato vista la situazione”).

Validare le emozioni consente al soggetto di:

– Percepire come condivisa la propria rappresentazione di sé e del mondo e, dunque, di non sentirsi inadeguato, “non normale” e solo;
– riconoscere le proprie emozioni come legittime ed appropriate e, di conseguenza, gestibili, consentendogli così di trovare modalità di comportamento adeguate.

Non è validante, e dunque funzionale:

– Attribuire all’individuo sentimenti e sensazioni che afferma di non provare (es.“Sei arrabbiato ma non vuoi ammetterlo!”);
– Fare affermazioni che nascondano messaggi impliciti (es. “Fai così perché sei troppo sensibile” – tra le righe gli si sta comunicando “E’ colpa tua!”);
– Squalificare l’esperienza dell’altro: “Non devi dire… Non devi sentire… Non devi pensare…”. (es.: “Non devi disperarti.”, “Non devi piangere”).
È fondamentale aiutare i genitori ad identificare ed esprimere le proprie emozioni, non solo perché l’accumulo di tensioni aumenta il grado di reattività emotiva del soggetto portandolo alla messa in atto di comportamenti disfunzionali e/o patologici, ma anche perché può costituire un fattore di rischio per l’insorgere di complicazioni future nell’elaborazione di tutta la vicenda.

Recupero del legame di attaccamento tra genitore (in particolare la madre) e bambino

Questo è probabilmente l’aspetto più importante, perché il neonato ha due bisogni fondamentali: essere alimentato ed essere amato. I bambini ricoverati in una T.I.N. sono, purtroppo, quasi sempre privati di quel “contatto pelle a pelle” – e qualora ne abbiano la possibilità non lo vivono in quantità sufficiente – che è il presupposto fondamentale per il consolidamento del legame di attaccamento. Per cui, compatibilmente con la situazione clinica del bambino, è necessario garantire quanto più possibile questo aspetto. Quando il neonato sta nell’incubatrice, invitiamo i genitori a toccare il loro piccolo, ad accarezzarlo e a parlargli attraverso le apposite aperture (V. Cucuzza). All’inizio i genitori, vedendo il loro bambino intubato, spesso hanno timore ad approcciarsi a lui; timore che viene superato allorché spieghiamo loro che il contatto con il proprio figlio lo aiuta a conoscere e riconoscere la loro presenza.
Quando, invece, la situazione clinica del neonato lo consente, invitiamo i genitori a prenderlo in braccio, ad allattarlo, a partecipare alle sue cure insieme al personale infermieristico (es. cambiare il pannolino ecc.). Ciò dà loro la possibilità di cominciare a sentirsi finalmente genitori (V. Cucuzza) e di guardare al proprio bambino anche nei suoi aspetti “sani”e, quindi, nella sua globalità.
Abbiamo potuto riscontrare come la presenza costante ed amorevole dei genitori incida positivamente sulle condizioni cliniche del bambino.

Mediazione nel rapporto tra genitori e personale medico-infermieristico

La relazione tra medici e genitori non è propriamente paritaria dato che il medico, o ogni altro operatore, tende ad assumere una posizione genitoriale – implicitamente favorita dai genitori stessi – e i genitori una posizione di “fisiologica dipendenza” (V. Cucuzza, 1999).
Ciò entro certi limiti è naturale che avvenga; però, se il medico diventa un genitore troppo protettivo o troppo giudicante o se il genitore si immedesima eccessivamente nel ruolo di “figlio” deresponsabilizzandosi, la relazione corre il rischio di diventare disfunzionale. Appartiene alla nostra competenza, perciò, favorire tra genitori e medici una relazione collaborativa nel rispetto dei loro reciproci ruoli ed una comunicazione che sia efficace, soprattutto in momenti significativi come quello della comunicazione della diagnosi – momento molto delicato, perché per i genitori avere una diagnosi significa “riconoscere il loro bambino”, dargli una nuova identità (V. Cucuzza, 1999). Lo psicologo può, anzi deve, fare in modo che questo non sia un semplice momento informativo, ovvero una pura trasmissione di notizie, ma una “comunicazione” vera e propria. Comunicare significa “stabilire un rapporto con l’interlocutore” e, in quanto tale, prevede un feedback ed una reciprocità.

Gestione della dimissione

La dimissione del neonato è un evento tanto desiderato ma a volte temuto, soprattutto se il piccolo viene dimesso con probabili o certe complicanze. Scopo del sostegno psicologico durante il periodo di pre-dimissione è restituire al padre e alla madre le loro competenze genitoriali. Parlo di “restituire” perché la delega al Reparto (per forza di cose) è molto forte in situazioni come queste. Arriva poi il momento del saluto. I genitori, comunque, non vengono dimessi… Il sostegno psicologico continua ancora sia nelle visite di Day Hospital sia qualora essi lo richiedano, all’interno questa volta di un contesto più strutturato: l’ambulatorio (V. Cucuzza, 1999).

Bibliografia

Il sostegno psicologico”. Atti del convegno: Sostenere lo sviluppo sociale. Liguori Edizione pag.227-240.
a cura di Chemama R. e Vandermesch B., Dizionario di Psicanalisi (2004). Gremese editore.
U. Galimberti (1992). Dizionario di psicologia. Ed. UTET.
R. Negri (1994) Il neonato in terapia intensiva. Un modello neuro psicoanalitico di prevenzione. R. Cortina Editore.
a cura di N. Siliprandi, C. Zorloni, R. Magni, (1999) “Lettera alla Redazione” dott. Verbena Cucuzza risposta all’articolo “quando il neonato muore: quale CARE al bambino e alla famiglia”. Pediatrics e Neonatology Revuee n. 5 pag. 78-81.
aT Rivista italiana di analisi transazionale e metodologie psicoterapeutiche – i sentimenti – anno IV n.6 1982.
aT Rivista italiana di analisi transazionale e metodologie psicoterapeutiche anno IV n.6 1982: Harry D. Johns, La speranza come funzione della relazione.

Federica De Angelis, psicologa, specializzata in Psicoterapia Cognitivo – Comportamentale presso il CRP di Roma, collabora – dapprima come volontaria, attualmente come tirocinante – presso il Reparto di Terapia Intensiva Neonatale dell’Ospedale dei Colli (presidio Monaldi) dal gennaio 2011 con la Dott.ssa Verbena Cucuzza, dirigente psicologo.

Precedenti esperienze: tirocinio pre-lauream anno 2005/2006 al Consultorio Familiare ASL NA1; tirocinio post-lauream al Dipartimento Universitario di Medicina Clinica, Scienze Cardiovascolari e Immunologiche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Napoli.
Nell’anno 2007 è stata volontaria dell’associazione A.B.I.O presso Ospedale Santo Bono, Napoli.

Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti, per fornire alcuni servizi. Cliccando sul bottone "OK, accetto ne consentirai l'utilizzo. Maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi