Doposcuola Specialistico

Quali sono le differenze tra un doposcuola specialistico di matematica e una lezione di matematica “tradizionale”?

L’idea di creare un doposcuola specialistico di matematica nacque quando ero all’università e facevo ripetizioni di matematica. Mi resi ben presto conto che la matematica, forse più delle altre materie, è una materia a cui sono associate spesso emozioni negative, prime fra tutte ansia e rifiuto. Emozioni che ricordo bene aver avuto anche io quando ero tra i banchi di scuola. Ciò vale ancora di più per quegli studenti che si trovano ad avere un disturbo specifico dell’apprendimento. Per cui mi resi conto che non bastava insegnare i concetti, ma che fosse necessario lavorare su tutto l’aspetto emotivo al fine di predisporre lo studente in uno stato d’animo che favorisse la fase dell’apprendimento; che fosse importante capire quali fossero le difficoltà di ciascuno nello studio di una materia così interessante ma anche così ostica, soprattutto quando non spiegata nella maniera adeguata. Molti studenti si convincono di non essere portati per la matematica e che, quindi, sia inutile sforzarsi a studiarla. Sono portatori nella loro mente di tutta una serie di pensieri che noi psicoterapeuti cognitivo comportamentali usiamo definire “disfunzionali”, che limitano enormemente le loro potenzialità di apprendimento.
Per cui, uno studio sereno e proficuo non può prescindere, a mio avviso, dal lavorare su quei pensieri ed emozioni che ci bloccano o comunque ci predispongono negativamente verso lo studio.

Ecco perché nel doposcuola specialistico si sposano perfettamente le mie due anime: quella di psicologo e quella di “matematico”.

Oltre al semplice utilizzo di strumenti compensativi, l’ingrediente fondamentale è adattare la modalità di insegnamento alla modalità di apprendimento di ciascuno studente. Perché tengo a sottolineare che lo studente con DSA non è uno studente “malato”, ma semplicemente una persona che ha un modo di imparare diverso, molto più creativo del nostro. E il lavoro da fare non consiste nel riempirlo di esercizi da fare per rafforzare il suo apprendimento, ma piuttosto nel capire come impara.
Si rivela molto utile, ad esempio, riportare i concetti matematici ad esempi della vita quotidiana; utilizzare immagini, ancora meglio se originali e costruite insieme; fare esempi concreti che gli creino un collegamento con la realtà. Allo studente con DSA l’astrattezza non piace. Ha bisogno di trovare un aggancio con ciò che gli è già familiare.

Lo studente con DSA vive spesso una realtà scolastica molto frustrante, fatta di tensione, ansia, vergogna, imbarazzo. Tutte emozioni che interferiscono inevitabilmente con la qualità del suo apprendimento. È per questo che utilizzo anche una buona dose di ironia e leggerezza, affinché lo studio a casa non rappresenti per lui un ulteriore momento di tensione e stress. È importante saper ascoltare. Accogliere i suoi dubbi, le sue paure. Rinforzare il suo impegno e i suoi successi. Fare dell’errore un ulteriore momento di apprendimento. Preparare insieme alcuni dei materiali compensativi che userà, affinché li senta più suoi e partecipi attivamente alla costruzione di un percorso adatto a lui. Perché il percorso è un percorso che va fatto in perfetta sinergia. Costruito giorno per giorno insieme.

L’obiettivo è renderlo quanto più autonomo possibile nello studio fornendogli gli strumenti e le strategie più adatte e incrementare il senso di autoefficacia, ovvero il giudizio che ciascuno ha circa la propria capacità di saper e poter fare una determinata cosa. L’autoefficacia è risultata essere sperimentalmente il fattore predittivo più accurato del livello di prestazione fornita da un soggetto ad un compito nuovo. Possiamo anche avere una determinata abilità, ma se non siamo convinti di possederla e di poterla utilizzare, è come se non l’avessimo.

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