Disturbi d’ansia

L’ansia una emozione primaria

L’ansia è una delle 7 emozioni primarie, definite tali perché innate e universali, ovvero condivise da tutte le popolazioni del mondo e dalle altre specie animali.

L’ansia, intesa come emozione, ha uno specifico valore adattativo: quello di mobilitare le nostre energie e risorse qualora ci trovassimo ad affrontare situazioni di difficoltà e/o di incertezza. Per cui, entro certi limiti, è funzionale alla nostra sopravvivenza [Stefania Borgo “Analisi formativa”, 2011].

Quando l’ansia diventa eccessiva e, dunque, disfunzionale, tanto da richiedere l’aiuto di uno specialista? Quando presenta una o più delle seguenti caratteristiche [Clark e Beck, 2010]:

  1. Pensieri disfunzionali: secondo la teoria cognitiva dell’ansia, l’ansia eccessiva deriva da un’erronea valutazione di pericolo che attiva una serie di pensieri automatici negativi che non rispecchiano la realtà oggettiva della situazione.
  2. Funzionamento compromesso: l’ansia interferisce in maniera significativa con la nostra vita quotidiana, impedendoci di vivere una vita serena e soddisfacente.
  3. Persistenza continua della minaccia e del pericolo: l’ansia eccessiva ci porta a pensare al futuro in maniera catastrofica facendo sii che ci aspettiamo disgrazie, pericoli e minacce.
  4. Falsi allarmi: arriviamo a provare un’ intensa ansia in presenza di una minaccia minima o addirittura in assenza di stimoli minacciosi.
  5. Ipersensibilità agli stimoli: l’ansia viene esplicitata da un range più ampio di stimoli e/o situazioni, che sarebbero percepiti come innocui da soggetti non ansiosi.

Modelli teorici di riferimento

Il mio lavoro sui disturbi d’ansia si basa prevalentemente sul modello cognitivo di Clark e Beck (2010) e sulle teorie dell’apprendimento, in particolare sulla “teoria bifattoriale” di Mowrer (1960).

Per quanto riguarda la prima, Beck afferma che l’ansia si accompagni a vere e proprie distorsioni del nostro pensiero, che si manifestano sottoforma di pensieri automatici negativi. Questi riflettono le convinzioni e le assunzioni soggiacenti, immagazzinate nella nostra memoria sottoforma di schemi. Questi schemi, una volta attivati, influenzano il nostro processo di elaborazione delle informazioni, modellano il modo in cui interpretiamo le esperienze e condizionano il nostro comportamento. Nei disturbi d’ansia tale difetto di elaborazione delle informazioni si concretizza nella sopravvalutazione del pericolo e nella sottovalutazione delle proprie capacità di farvi fronte. Sono proprio la sovrastima del pericolo e la sottostima della capacità di fronteggiarlo che attivano lo “schema di pericolo”, creando una sorta di circolo vizioso che va a rinforzare le manifestazioni d’ansia.

I sintomi ansiosi, a loro volta, diventano essi stessi una fonte di minaccia, poiché possono essere interpretati come segnali dell’esistenza di un grave disturbo fisico e psicologico, accrescendo il senso di vulnerabilità dell’individuo e rinforzando, di conseguenza, l’iniziale reazione ansiosa che indurrà una serie di risposte sfavorevoli, le quali a loro volta non faranno altro che esasperare la valutazione di pericolo.

Sul fronte delle manifestazioni somatiche, questo processo si esplica con diverse sensazioni, tra le quali le più comuni sono: aumento del battito cardiaco, senso di oppressione al petto, respiro affannoso, fastidio allo stomaco, bocca secca ecc.

Da un punto di vista comportamentale, le principali reazioni sono l’evitamento delle situazioni/stimoli che possono generare ansia e la messa in atto di strategie protettive (es. sedersi e cercare di rilassarsi qualora si stia sperimentando un attacco di panico e si sia convinti di svenire, per prevenire quest’occorrenza). Queste strategie, se da un lato tendono a mitigare i sintomi ansiosi dall’altro precludono l’esposizione a esperienze di disconferma dei pensieri negativi di pericolo e inaspriscono la valutazione di pericolosità dell’evento. [A. Wells, “Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia”]

Il modello di Mowrer sostiene che le paure verrebbero apprese inizialmente per condizionamento classico, tramite l’associazione tra un evento emotivo sgradevole ed una determinata situazione – stimolo (che diverrebbe lo stimolo condizionato), e successivamente mantenute per condizionamento operante, laddove la sensazione sgradevole elicitata dallo stimolo condizionato avrebbe maggiori probabilità di favorire nel soggetto risposte di evitamento  [A. Galeazzi, P. MeazziniMente e comportamento, 2009]

Trattamento dei disturbi d’ansia

Il trattamento dei disturbi d’ansia prevede essenzialmente l’utilizzo di due tecniche fondamentali. Dal punto di vista cognitivo, si procederà ad una “ristrutturazione cognitiva”, ovvero alla modificazione delle convinzioni disfunzionali più o meno consapevoli che il soggetto ha, relative al mondo esterno e a sé stessi. Poiché alla base della terapia cognitiva di Beck vi è l’assunto secondo cui gli aspetti emotivi, affettivi e comportamentali di una persona siano associati in larga misura al suo modo di strutturare cognitivamente la realtà (ovvero, al suo modo di pensare), agendo sul piano cognitivo si modificheranno di conseguenza emozioni e comportamenti ad esso associati.

Sul piano comportamentale si prevede l’utilizzo della “desensibilizzazione sistematica”, procedura che mira ad eliminare le risposte di paura e i comportamenti di evitamento. Consiste nell’insegnare al paziente una risposta antagonista all’ansia (es. una tecnica di rilassamento) e nell’esporre gradualmente il soggetto agli stimoli che elicitano in lui risposte d’ansia attraverso tecniche in vivo o, più tipicamente, in immaginazione.



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